1 aprile 2018 at 20:35  •  Posted in Canto dei popoli, In Evidenza, Musica by  •  0 Comments

DYLAN DA QUI #DUE – I still believe the songs

 

Piero Brega – canto, chitarra, armonica – Cantastorie, songwriter, interprete della canzone di tradizione orale del centro Italia, dylaniano

Ludovico Piccinini – Chitarra – chitarrista eccezionale e filosofo dylaniano

 

Ancora Dylan visto da qui con gli ultimi aggiornamenti. Ancora e sempre nato da un ricordo giovanile, il primo disco, freeweeling, poi qualche decennio di interesse artistico. Continuato in una cantina come esperimento e scommessa musicale, diventato quasi una fissazione, ecco questa seconda performance di musica e racconto. Sono canzoni scelte dal suo sterminato repertorio. Alle tre tradotte in italiano inizialmente, altre se ne vanno aggiungendo. Per quelle cantate in lingua originale dico qualche parola sul significato e il contesto utilizzando la vasta letteratura sull’argomento, aggiungo a volte il mio parere o quello di amici musicisti.

Le canzoni: Don’t think twice it’s all right,  It’s all right ma (tradotta), Mr tambourine man, It’s all over now baby blue, Desolation row (tradotta), Chimes of freedom (tradotta), When the deal goes down, My back pages, Working man blues #2, Make you feel my love (tradotta), Masters of war, Man in the long black coat, Ring them bells, Sad eyed lady of the lowlands (tradotta), To Ramona, Tangled up in blues e…

Un breve ritratto

Nato come folksinger dal suo primo affacciarsi a NY nel 61, sentirà poi sempre più andargli stretto il ruolo di cantante di protesta, il lasciapassare fino al festival folk di Newport. Ma sempre li nel 65 si presenta come front man di un gruppo rock passando dalla musica acustica all’elettrica, dai festival studenteschi allo showbiz, ricevendo in cambio un’accusa di tradimento dal mondo del folk e da molti suoi fans. ”Giuda !” Qualcuno grida poco dopo ad un concerto a Londra. Dylan risponde “Sei un bugiardo” e chiede alla band di suonare più forte il brano scandalo che è “Like a rolling stone.

Bob Dylan incarnazione dell’Hobo, il personaggio reale e mitico, il nomade delle migrazioni dal Midwest alla California, espropriato dalla siccità e dalla carestia. Fotografia della classe subalterna sulla quale Dylan forma il suo pensiero etico, dalle istituzioni al modello sociale, alla guerra, mentre ricerca, interpreta, canta ogni segnale di cambiamento. Fonte della sua poetica sono le canzoni della tradizione, l’amato pozzo sacro nel quale pescare e rubare liberamente, celebrare in tutti i modi possibili. Alla domanda di un giornalista che gli chiede quale religione egli professi, dopo essere passato dalla religione ebraica a quella cristiana e avendo poi abbandonato, Dylan risponde: ”I believe the songs”.

Più Dylan rifiuta di farsi catalogare, più gli viene incollata un’etichetta: sopra c’è scritto che i protagonisti e i destinatari delle sue canzoni sono l’intero paese.

Si pensa altrimenti all’evoluzione di un percorso poetico che lo ha portato di fronte all’altro da sé, alla coscienza morale, all’abisso, al mistery tramp, il vagabondo misterioso personaggio di tante canzoni tradizionali USA, l’ebreo errante che egli interpreta tenendo a fianco a sé Rimbaud, Keats, la beat generation, la Bibbia.

Ipse dixit:

“Qual è il mio sentimento dominante? Non è la politica, non è il pacifismo, io vivo nel terrore, compro e vendo terrore e ci guadagno sopra”. Ciò potrebbe spiegare la scontrosità, la mancanza di ogni ombra di sorriso nei rapporti istituzionali come nell’affacciarsi su un palco. Ma Dylan non ha bisogno di buone maniere al contrario di uno sconosciuto folksinger di provincia, Piero Brega, che lo interpreta, lo traduce e lo canta.

 

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